Paola Magoni e Sarajevo ’84: una serata per parlare di sport, memoria e pace
25/02/2026
Ci sono Olimpiadi che restano nella cronaca per i risultati, e altre che si depositano nella memoria collettiva perché diventano simboli. Sarajevo 1984 appartiene a entrambe le categorie: fu un’edizione capace di tenere insieme l’agonismo più puro e una promessa politica implicita, quella di uno spazio comune possibile anche nel pieno della Guerra Fredda. È da qui che prende avvio “Sport e Pace – Sarajevo 1984”, l’incontro in programma venerdì 27 febbraio alle 18:30, con la partecipazione della leggendaria Paola Magoni e di Lorenzo Fabiano, moderati da Dody Nicolussi di Sky Sport.
Al centro della serata ci sarà la presentazione del libro Sarajevo ’84 – I giorni della concordia, che ricostruisce quella stagione irripetibile: giorni in cui l’idea olimpica sembrò, almeno per un attimo, coincidere con una forma di convivenza reale.
L’Olimpiade che sfidò la geografia politica del tempo
L’8 febbraio 1984, allo Stadio Koševo, 50 mila persone assistono alla cerimonia di apertura dei XIV Giochi Olimpici Invernali. Sarajevo è la prima città di un Paese socialista – la Jugoslavia – a ospitare un’Olimpiade invernale: un fatto che, da solo, racconta l’eccezionalità del contesto. L’evento arriva dopo anni di lavoro e di investimenti, in un progetto che aveva trovato sostegno politico già nel periodo di Josip Broz Tito, anche come messaggio di apertura e dialogo internazionale.
Durante la cerimonia inaugurale, il presidente del CIO Juan Antonio Samaranch richiama i valori di fratellanza, amicizia e uguaglianza tra i popoli. Parole che, in un’Europa spaccata da blocchi, non suonano come formule di rito: assumono il peso di un posizionamento, quasi di una dichiarazione di intenti. Sarajevo diventa così un crocevia in cui lo sport è chiamato a fare qualcosa di più che “intrattenere”: deve rappresentare una lingua comune.
La nebbia di Jahorina e l’oro che cambiò lo sci femminile italiano
Sul piano sportivo, Sarajevo ’84 consegna pagine memorabili: la discesa libera maschile vinta da Bill Johnson, primo americano a riuscirci; la storia dei gemelli Phil e Steve Mahre. Per l’Italia, però, quei Giochi hanno un volto preciso: Paola Magoni.
Magoni arriva da Bergamo, giovane e determinata, e sulle piste di Jahorina – in condizioni difficili, tra visibilità ridotta e tensione altissima – conquista l’oro nello slalom speciale. Un risultato che non è soltanto una medaglia: è il primo titolo olimpico femminile italiano nello sci alpino, un punto di svolta nel racconto sportivo azzurro. Non è un caso che ancora oggi quella gara venga ricordata come una delle imprese più nette e più “pulite” della storia italiana sulla neve: pochi secondi di sci, che però diventano generazioni di ispirazione.
Le competizioni si svolgono sulle montagne di Igman, Trebević, Bjelašnica e Jahorina: nomi che nel 1984 evocano incontro, festa, un ordine possibile. La memoria, però, è una materia che cambia significato con il tempo.
Quando lo sport incontra la storia: dal simbolo alla ferita
Il contrasto che rende Sarajevo ’84 così potente sta in ciò che succederà dopo. Pochi anni più tardi, con la dissoluzione della Jugoslavia, quelle stesse montagne diventeranno scenari di conflitto; Sarajevo verrà assediata tra 1992 e 1996. I luoghi che avevano ospitato l’idea olimpica di concordia verranno associati a immagini opposte: guerra, paura, dolore quotidiano.
È qui che la serata del 27 febbraio trova il suo senso profondo: usare lo sport come chiave per parlare di memoria e pace senza retorica, attraversando la distanza tra un momento di speranza e ciò che la storia ha poi imposto. Non per “romanzare” il passato, ma per capire cosa resta, oggi, di quel messaggio: che il rispetto, la convivenza e la dignità dell’altro non sono accessori, nemmeno nello sport, soprattutto nello sport.
L’incontro promette quindi un doppio registro: da un lato il racconto vivo di chi quell’Olimpiade l’ha vissuta davvero, dall’altro una riflessione su cosa significa ricordare Sarajevo ’84 sapendo ciò che è accaduto in seguito. Una serata che non celebra soltanto una medaglia, ma interroga un’idea: che lo sport, quando riesce a parlare bene, può ancora insegnare qualcosa sul modo in cui si sta al mondo.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to