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Acquacoltura italiana: l’agricoltura che cresce tra mare e fiumi

06/02/2026

Acquacoltura italiana: l’agricoltura che cresce tra mare e fiumi

C’è un’idea che, ancora oggi, fatica a farsi strada fuori dagli addetti ai lavori: allevare pesce è agricoltura a tutti gli effetti. Cambia l’ambiente — vasche, lagune, gabbie in mare, corsi d’acqua — ma restano identiche la logica produttiva, la gestione delle risorse, la responsabilità verso il territorio e verso gli animali allevati. È da questo presupposto che l’Associazione Piscicoltori Italiani (API), aderente a Confagricoltura, ha portato l’acquacoltura al centro di Fieragricola 2026, dentro lo stand confederale, con un messaggio netto: il settore va letto come un segmento avanzato dell’agricoltura italiana, capace di innovare e di competere.

Benessere animale e controllo intelligente degli impianti

Il convegno “Acquacoltura è agricoltura”, inserito nel Programma Nazionale Triennale della pesca e dell’acquacoltura 2025–2027, ha messo in primo piano un tema che determina la credibilità del comparto, oltre che la qualità del prodotto: il benessere animale. Il presidente di API, Matteo Leonardi, lo ha definito una priorità strutturale, valida tanto per gli impianti marini quanto per quelli in acqua dolce. Un punto sostanziale: non si tratta di una pratica “accessoria” o di un obbligo burocratico, ma di una scelta industriale che influenza mortalità, crescita, qualità finale e sostenibilità.

La direzione è chiara: gestione digitale e monitoraggio continuo. La diffusione di sensori e sistemi di rilevazione consente di tenere sotto controllo parametri come ossigeno disciolto, temperatura, salinità e qualità generale dell’acqua, con letture in tempo reale e alert immediati. Questa evoluzione — spesso riassunta con l’etichetta “acquacoltura 4.0” — rende più rapidi gli interventi, riduce gli episodi di stress per i pesci e migliora la stabilità delle produzioni. In molti casi la supervisione arriva fino allo smartphone, con cruscotti di controllo che trasformano l’allevamento in una filiera sempre più misurabile e tracciabile.

Genetica applicata e competitività: la partita del mercato interno

Accanto alla tecnologia, la ricerca scientifica resta il secondo pilastro. Il professor Luca Bargelloni (Università di Padova) ha richiamato il contributo della genetica applicata al miglioramento delle specie allevate: selezione orientata alla resilienza, alla salute e alla costanza produttiva. L’obiettivo è costruire linee più robuste rispetto a variazioni ambientali e pressioni sanitarie, mantenendo al tempo stesso performance adeguate e standard elevati.

Sul fronte economico, i numeri raccontano un settore con potenzialità ancora in parte inespresse. Secondo il quadro illustrato da Claudio Pedroni, vicepresidente esecutivo API per la maricoltura, nel 2024 l’acquacoltura italiana ha raggiunto 51.000 tonnellate per un valore di 287,6 milioni di euro, con trota come specie principale in impianti a terra e orata e spigola tra le produzioni marine più rilevanti. Eppure il mercato nazionale continua a dipendere massicciamente dall’import: circa l’85% del pesce consumato in Italia arriva dall’estero. È qui che entrano in gioco programmazione, autorizzazioni, infrastrutture e certezza normativa: senza condizioni stabili, gli investimenti faticano a decollare, anche quando gli allevamenti italiani mostrano livelli alti di tracciabilità e controlli sanitari rigorosi.

Il Programma Nazionale Triennale 2025–2027, promosso dal MASAF, si propone di sostenere proprio questa transizione: innovazione, ricerca applicata e rafforzamento competitivo, in una fase in cui tecnologia e responsabilità stanno ridisegnando il profilo del settore. Coltivare mare e fiumi, oggi, significa mettere insieme dati, competenze e regole chiare, per dare continuità a una produzione di proteine di qualità che può contribuire alla sicurezza alimentare del Paese.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to